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lunedì 30 novembre 2009

Aurelia

[editor] La cultura

* La cultura dell'informazione e della comunicazione è una cultura pornografica. Voglio dire che è una cultura che non ha più segreti. E' a questo titolo che può universalizzarsi. Qualcuno tempo fa faceva notare giustamente che la letteratura pornografica è la sola letteratura universale. Non è poi tanto una questione di sesso. Lo stesso porno è diventato culturale, perchè no? Il che semplicemente significa che l'estensione universale della cultura è in se stesso pornografica. Il sesso, anche nelle forme più scabrose, non è mai osceno: lo diventa solo la sua estensione universale, e la piattezza che ne risulta, quando la sessualità diventa un modo di comunicazione. La pornografia, l'oscenita è una caratteristica anche della banalità. Caratterizzano tutto ciò che passa da una circolazione segreta a una circolazione manifesta.

* Il termine di «identità culturale» dunque non ha senso. Poichè la cultura è un patto simbolico, l'identità non è che una constatazione di esistenza. L'una - dato che è un patto collettivo - è per sua essenza inalienabile e indefettibile. L'altra, dato che è solo un contratto, può ogni momento sciogliersi e alienarsi. La cultura è una forma di gloria: mette in causa la sovranità. L'identità è un valore povero: la sua rivendicazlone ha sempre qualcosa di vano e di inutile. Essa risulta dalla colonizzazione degli spazi mentali e psicologici, e dalla loro decolonizzazione mancata.

* A cosa serve voler essere «se stessi»? E'un sogno di un'assurdità patetica. Ci si batte per questo quando si è perduto ogni singolarità (e la cultura è giustamente la forma estrema di singolarità di una società). E' un'etichetta di esistenza, di pura presenza. E tutte le nostre energie (e quelle di interi popoli e minoranze) si concentra oggi su questa affermzione derisoria, questa constatazione senza orgoglio: io sono, esisto, sono libero, vivo, mi chiamo tale, sono europeo! Bisogna dare la prova dell'evidenza, e di colpo tutto ciò non è più evidente per niente. La forma dell'identità si stravolge surrettiziamente e, tempo di crederci o di persuaderne gli altri, non esiste più.

* L'identità è come la firma. Non vale più della firma in basso in un quadro. Com'e noto oggi purtroppo la firma spesso assume più importanza del quadro, perchè ne rende materiale il valore culturale (e sovente finanziario). Così l'identità serve a materializzare l'essere, o l'individua come valore di scambio universale. Ma la cultura, come d'altronde l'individuo, non è un valore di scambio universale. Ogni tentativo di materializzarla in quanto tale (e dunque ogni «politica culturale», anche quella europea) è un controsenso. La cultura, non diversamente della potenza o della sovranità, non può essere materializzata, può solo attualizzarsi.

* Una volta che la potenza si materializza, e che la cultura diventa l'immagine materializzata di questa potenza, è finita. «Ciò che scalza e che finisce le comunità politiche» ha scritto Hannah Arendt «è la perdita di potenza e l'impotenza finale. E non si può immagazzinare la potenza (e la cultura) e conservarla per i casi di urgenza, come gli strumenti di violenza: essa esiste solo in atto. Il potere che non èattualizzato scompare e la Storia prova con una folla di esempi che le piu grandi ricchezze materiali possono compensare questa perdita...».

domenica 22 novembre 2009

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venerdì 20 novembre 2009

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In una cittadina del Lazio, in via Galilei n.1, c'è una scuola, un liceo scientifico per la precisione.

In questo liceo scientifico tanta gente si è incontrata e poi salutata, e a volte ritrovata, come chi gestisce questo blog, il quale per altro non è stato aperto per parlare della scuola che sta in via Galilei n. 1.

Almeno non del tutto e non direttamente.

Questo blog è un posto che intende accogliere tutti quelli che vorranno scrivere o leggere di scuola e università, dell'apprendre e dell'insegnare, delle generazioni e dei loro diversi "supporti".

Nell’unico modo possibile

E’ una giornata caldissima di luglio e ho un appuntamento assurdo alle 2 del pomeriggio in una via di Roma solo asfalto e palazzi. Nell’attesa mangio qualcosa in un bistrò dall’aria fresca artificiale mentre discuto con Orazio Converso, in modo anche animato come ci capita di fare. Lui poi scuote la testa e dice: inutile discutere, con le persone bisogna fare - ma io non sono molto d’accordo, nella misura in cui la discussione mette in circolo le idee. Parliamo di scuola e non è strano, o forse sì.

E’ stato il mio insegnante di matematica al liceo e ci conosciamo da trentadue anni - ed è questa la cosa strana., perché la gente ci impiega molto meno tempo a perdersi, tanto che quando un legame resta, bisognerebbe piuttosto chiedersi come ha fatto a restare, per quale miracolo. Forse ci ha legato anche la scuola. Il suo mestiere, il mio mestiere, questo entusiasmo mai sopito per chi non è ancora del tutto adulto – per sua fortuna, e nostra

Io e Orazio abbiamo anche rischiato di “fare” qualcosa insieme per l’Università della Calabria, ma senza esito, e quindi io e lui ogni tanto di scuola “discutiamo”, senza trovarci d’accordo.

Il tema del contendere è l’uso della Rete a scuola, l’uso della tecnologia, o quello che ora si definisce l’uso delle ITC, più in generale il modo di fare scuola. Orazio lo ha per parte sua contestato e smontato trent’ anni fa, e ha non di certo cambiato idea proprio ora.

Avendo lavorato all’università, i ragazzi nuovi (antropologicamente mutati, come forse direbbe Pasolini, o nativi digitali, come ormai dicono tutti) lui li conosce bene.

Concorda con me che non sanno scrivere, o pensare, o organizzarsi, o avere un progetto, per lo più - che è un disastro. Eppure la sua soluzione non è immaginare una scuola che faccia meglio il suo mestiere di scuola con gli strumenti usati fino ad ora, ma quando mai.

Una scuola così era inutile trenta anni fa, ora è ridicola. La differenza è inoltre che ora un insegnante se non è stupido almeno ha la Rete e tutta la tecnologia che ci tiene in Rete. Lì c’è la vita, la libertà, ci sono i ragazzi e il loro potere di imparare ed essere, facendo. Che sto ancora io ad insistere con i libri, le lezioni trasmissive, gli appunti?

Aspetto che concluda e poi rispondo con la sua stessa veemenza.

Gli ho appena chiesto come usare un notebook in classe collegato in rete – un netbook mi ha corretto – e non dico che non abbia ragione, in parte. Dico che se i ragazzi sono buttati ad usare la Rete, e basta, dico che se la scuola rinuncia ad insegnare il pensiero logico-formale, dico che se facciamo a meno dei libri e di Gaio Valerio Catullo, i ragazzi usando la Rete ne resteranno succubi, saranno convenzionali, banali, incapaci di usare le parole, presi da pochi pensieri e sempre quelli.

Quindi il fatto è che io sono arrabbiatissima contro una classe politica – e un governo in particolare - che non riforma proprio un cavolo di niente, che non affronta il problema vero – la sostanza – che non ha un progetto culturale se non un generico efficientismo burocratico; il fatto è che io da sempre cerco di capire e sperimentare vie nuove ma non ci penso nemmeno di eliminare Gaio Valerio Catullo dal mio fare scuola. Lo spiego e lo faccio studiare. Con i compiti.( Sebbene un dubbio ogni tanto mi sfori – che sia davvero ridicola, senza riscatto ridicola, ora, la parola compiti, ma questo non glielo dico – lo penso soltanto.)

E decido pure di non citare il libro che ho nella borsa, perché stiamo parlando con le nostre parole e non servono quelle degli altri, ma comunque è “Il rapporto sulla scuola in Italia 2010” della Fondazione Agnelli, che dà ragione a lui e anche a me. Da’ ragione a lui quando sostiene che Nello stesso tempo fare scuola con il supporto delle ITC e della rete – fruttandone le qualità interattive – può facilitare il coinvolgimento e l’acquisizione di responsabilità da parte del discente, orientandolo verso una costruzione attiva delle proprie conoscenze e strategie di apprendimento: un “imparare facendo” (learning by doing), una pratica didattica che potrebbe sostituire “in parte il tradizionale apprendimento per via trasmissiva di nozioni.

E però pure il testo dà ragione a me quando scrive qualche pagine più in là Non solo questo però, il ruolo del docente deve, infatti, continuare a essere anche quello di curare quelle abilità cognitive che nei ragazzi rischiano di deteriorarsi per l’azione delle agenzie formative informali e spesso anche per i rischi connessi alla stessa diffusione delle IT: fra gli altri, la ricchezza e l’espressività linguistica, il pensiero logico e consequenziale, soprattutto la capacità riflessiva, che negli stili di vita dei nativi digitali trovano sovente meno occasioni di formarsi”

Chiedo ad Orazio se mi aiuta ad aprire uno spazio di discussione e un deposito di materiali, in Rete.

Io da per me sono stupida digitale, e da sola saprei realizzarlo.

Così nasce questo spazio, che si chiama, dopo trentadue anni, nell’unico modo possibile, e cioé “via Galilei n° 1”.

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